“Via Padova è meglio di Milano”
L'iniziativa
"Via Padova è meglio di Milano” è la frase di un bambino stupito da quanti segreti potesse nascondere la “sua” via. Lo stesso stupore che ha colto molti cittadini di fronte alla ricchezza di luoghi, relazioni, persone che la nostra via Padova è in grado di offrire. In questi anni, preparando le edizioni della festa, abbiamo pensato che solo mettendoci insieme e creando relazioni tra cittadini e le tante realtà vive della via si potessero immaginare e inventare altri modi di vivere la via Padova . Abbiamo condiviso un percorso che ha creato centinaia di eventi, dal teatro alla musica, dai giochi alla danza, dallo sport alle mostre fotografiche, dai laboratori agli incontri culturali, religiosi, artistici, accompagnando tante persone alla scoperta della nostra zona. Abbiamo fatto vivere luoghi più conosciuti e i luoghi più nascosti, come i cortili delle case, aprendoli per un pranzo insieme, rendendo protagonisti gli abitanti e facendo rincontrare tanti vicini di casa, costruendo insieme una immagine e una ldentità di via Padova in movimento. Cordialità e accoglienza, comprensione e solidarietà, partecipazione e spirito di iniziativa sono state le qualità espresse sia dai cittadini sia da coloro i quali generosamente hanno messo a disposizione della Festa creatività e competenze. Mescolati tra la folla gioiosa e multicolore quanti cittadini, lasciando cadere forse più di un pregiudizio, avranno pronunciato la frase, ma….Via Padova è meglio di Milano!
“Via Padova è meglio di Milano”
19-20 Maggio 2012
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Il prete anticamorra: disagio terreno fertile per illegalità
LIBERTA' del 30 aprile 2012
Don Aniello Manganiello al Festival delle Resistenze: criminalità organizzata al posto dello Stato nel fungere da ammortizzatore sociale
piacenza - Al centro del petto, ben visibile, don Aniello Manganiello porta una croce in legno scuro, semplice e diretta, come lui. E quando riceve in dono la maglietta del Comitato Giovani dell'Anpi, il prete anticamorra si sfila immediatamente la giacca per indossare il regalo. E subito, sin dalle prime parole dell'intervento inserito nell'appuntamento conclusivo del Festival delle Resistenze, tenutosi ieri a Palazzo Farnese, don Aniello chiama in causa la povertà, il disagio sociale, lo sfruttamento delle persone, il degrado, la disoccupazione, le «scelte scellerate dell'amministrazione comunale di Napoli, che negli anni hanno creato terreno fertile per il radicamento della camorra». Realtà «che ha preso il posto dello Stato fungendo da ammortizzatore sociale».
Non nega «gli stereotipi che avevo quando sono arrivato a Scampia, dove sono rimasto per oltre sedici anni», né tanto meno «lo scarso entusiasmo verso quella realtà». Ma poi, proprio quel quartiere «con i suoi abitanti sofferenti, tenuti sotto ricatto e impauriti dalla camorra, ma anche capaci di reagire, grazie a loro ho superato i pregiudizi e come prete mi sono sentito chiamato a caricarmi delle sofferenze di questa gente. E quando ho lasciato Scampia, l'ho fatto obbedendo con la ragione ma non col cuore». A condividere con i presenti riflessioni sul diritto di cittadinanza e sugli effetti che tale diritto ha sulla vita di chi cittadino italiano non è, sono stati Cleophas Adrien Dioma, poeta, giornalista e video documentarista, e Piero Innocenti, da oltre 45 anni in Polizia, già questore di Teramo, Piacenza e Bolzano.
Cleophas ha parlato di immigrazione ma soprattutto di vita. Dell'esperienza vissuta in prima persona da clandestino, delle tappe difficili, «della perseveranza che bisogna avere e del colpo di fortuna necessario per ottenere in Italia il permesso di lavoro». Vita «che le leggi attuali rendono ancora più difficile».
Piero Innocenti ha fatto il punto sulla «politica dell'immigrazione che in Italia è ferma al 2006», di quella definita come «odiosa politica del respingimento introdotta dall'allora ministro Maroni», condannata dalla Corte europea di Strasburgo, ed ancora «del flop che è stato il reato di clandestinità». L'incontro curato dal Comitato Giovani Anpi Giovani "Comandante Muro" insieme all'Associazione "Via Roma città aperta", e moderato dalla giornalista e scrittrice Pina Cusano, è stato aperto da Stefano Zammatti, dell'Anpi e dai saluti di Massar Mbaye, presidente di "Via Roma città aperta".
Chiara Cecutta
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«Cittadinanza diritto degli immigrati»
LIBERTA' del 30 aprile 2012
Tavola rotonda ai giardini Merluzzo, volumi sulla Resistenza alle comunità straniere
piacenza - (c. cec.) La cittadinanza diritto per i nuovi italiani. Nella quinta ed ultima giornata del Festival delle Nuove Resistenze, evento organizzato dall'Anpi in collaborazione col Comune di Piacenza, si è parlato dei diritti dei migranti.
E' su quel pezzo di carta -il permesso di soggiorno- che gravitano intere esistenze, aspettative, speranze per un futuro migliore. Per raggiungere quel foglio si attraversano mari e ci si adatta a lavorare senza diritti. Con quel foglio in tasca si fanno progetti di vita e si costruiscono famiglie. Il diritto di cittadinanza nella mattinata domenicale è stato analizzato sul fronte dell'integrazione. A parlarne nella tavola rotonda "Quali diritti, quale cittadinanza: integrazione dei nuovi italiani e abolizione del reato di clandestinità" tenutasi nei giardini Merluzzo e curata dall'Associazione "Via Roma città aperta", sono stati Mario Cravedi presidente provinciale dell'Anpi, Daniela Germoni del Centro Interculturale di Piacenza, Stefano Sandalo della Cooperativa L'Arco-Kaprasquare e Fabrizio Statello di Libera. Durante l'incontro moderato dalla giornalista di Libertà Maria Vittoria Gazzola, ha preso la parola anche Massar Mbaye, presidente di "Via Roma città aperta". La tavola rotonda si è conclusa con il dono da parte degli organizzatori di volumi sulla Resistenza alle comunità immigrate ed ai rappresentanti delle associazioni presenti.
Impossibile poi resistere alle gustose prelibatezze offerte dal buffet multietnico, che è riuscito a portare nei giardini Merluzzo i sapori del mondo. Il pomeriggio nei giardini si è aperto all'insegna dei bambini. Carlo Devoti, anima di Casa Montagna, e gli educatori della Coop. L'Arco-Kaprasquare hanno coinvolto i giovanissimi in attività ludiche all'interno del laboratorio "Lasciateci giocare". In un'altra cornice, quella di Palazzo Farnese, sono invece andati in scena gli ultimi appuntamenti pomeridiani del Festival.
Il reading "Razza Partigiana. Storie di una coscienza" incentrato sulla figura del partigiano italo somalo Giorgio Marincola ha aperto il pomeriggio. Ad animare l'evento sono stati alcuni componenti del collettivo AlmaøClan, quali: Alessandro Chiodaroli, Antar Marincola, Matteo Nobile, Hugo Venturelli e Claudio Cadei, autori del testo e della musica interpretati.
Parte da Piacenza, infine, il rinnovamento nazionale dell'Anpi. A decretarlo sono stati i componenti di diversi comitati Anpi riunitisi a metà pomeriggio nel cortile di Palazzo Farnese, sotto l'interrogativo "Che fare? ".
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Cittadinanza, un diritto per l'integrazione
LIBERTA' del 29 aprile 2012
Don Aniello: «Cittadinanza, un diritto per l'integrazione»
Il prete anticamorra oggi a Piacenza. «Ultimi, associazione per la legalità»
di MARIA VITTORIA GAZZOLA
Politici e sociologi hanno proposto tante formule, e leggi, per affrontare il fenomeno migratorio, qual è il suo modello?
«Prima tenendo conto che le razze appartengono all'ambito animale. Gli uomini sono tutti uguali e tutti hanno diritto di sedersi al banchetto delle ricchezze naturali. Curare l'accoglienza in Italia all'arrivo nei porti. Sollecitando le responsabilità dell'Europa intera. E' un problema di tutti. Favorire lo sviluppo e non lo sfruttamento nei paesi di origine. Se vengono in Europa è perché hanno più fame di noi».
C'è un dibattito acceso sulla concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, ritiene che sia giusto?
«Giusta la cittadinanza ai figli perché ritengo sia il primo passaggio per favorire l'integrazione, altrimenti permane l'atteggiamento di rifiuto e questo non favorisce rapporti sereni e armonici. Certo rimane fondamentale il lavoro, l'attività lavorativa perché questo dà dignità a qualunque uomo».
La convivenza: dal punto di vista degli immigrati o da quello degli italiani?
«Bisogna distinguere: italiani che vorrebbero cacciarli tutti e italiani che hanno costruito un rapporto paritario e rispettoso».
C'è chi sostiene l'equazione: immigrazione uguale criminalità, del resto come chiudere gli occhi davanti a certi comportamenti, a certi fatti?
«Ci sono alcune comunità che per storia, per come sono stati governati, attraverso dittature, non sono stati aiutati a interiorizzare i valori del rispetto, la non violenza, la fatica, la scuola, la democrazia. Hanno bisogno di tempo. Rimane fermo però il principio che se sbagliano devono, come gli italiani, scontare la pena».
La crisi può essere un momento per ridimensionare, o frenare, il movimento migratorio?
«La crisi può portare alla guerra tra poveri. Mi auguro che non sia così. Dipenderà molto dalle iniziative intelligenti e creative dei nostri governanti, anche se fino ad oggi non si vedono strategie mirate a rilanciare il lavoro».
Lei viene definito un prete scomodo, come ha preso l'allontanamento dal quartiere di Scampia?
«L'allontanamento da Scampia l'ho preso assai male, perché non è stato provocato dall'avvicendamento ma da pressioni della curia della diocesi di Napoli. La Chiesa cattolica fa ancora fatica a dare spazio e fiducia a quei preti che sono fuori dal coro e che vogliono tentare percorsi nuovi di pastorale, al di fuori dei percorsi certi. E' forte ancora la linea che punta a mantenere il certo, e non aprirsi all'incerto. Ma il Vangelo non è quel seme che nella buia terra marcisce e dà vita a una pianta e a tanti frutti? Il paradosso del VANGELO è anche l'imprevedibilità».
Altri preti hanno subito misure restrittive, penso a don Milani, ai preti della teologia della liberazione in America Latina.
«Di preti che hanno avuto restrizioni ce ne sono stati tanti, e altri ce ne saranno, eppure lo Spirito Santo soffia dove vuole, anche in un semplice parroco o solo prete. Vedo nel sud troppi preti e vescovi inadeguati alle sfide del nostro tempo e alla necessità di contrastare le mafie, rischiando pure la pelle e senza bisogno di scorta».
Come trascorre l'anno sabbatico?
«Sto mettendo in cantiere con tanti amici, durante questo tempo, una Associazione per la legalità che si chiamerà «Ultimi», e con questa vogliamo entrare nel circuito dell'utilizzo dei beni confiscati alle mafie per dare risposte ai bisogni dei poveri, dei diseredati della società».
Che cosa ha significato il premio Borsellino?
«Il premio Borsellino ha costituito per me una ulteriore interpellanza al mio impegno per la legalità e per schierarmi sempre più, senza paura, dalla parte della gente nei territori campani, dove la criminalità tiene sotto ricatto milioni di persone».
Quale messaggio vuole lasciare con il suo libro "Gesù è più forte della camorra"?
«Il mio libro è attraversato dalla speranza e dalla affermazione che è possibile cambiare e battere la camorra senza aver bisogno di eroi, ma nella quotidianità, ciascuno vivendo onestamente e non girando la testa dall'altra parte di fronte al male, qualunque esso sia».
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«Il libro un atto d'amore verso Scampia»
LIBERTA' del 29 aprile 2012
"Gesù è più forte della camorra" è anche una denuncia contro le istituzioni
E' considerato uno dei sacerdoti "scomodi". E' autore di un libro, altrettanto scomodo, dal titolo emblematico: "Gesù è più forte della camorra" (Rizzoli, 240 pagine, 17 euro), non ha timori ad attaccare la chiesa cattolica, cui appartiene; neppure ad esporsi contro il malaffare e la camorra: malattia endemica della sua amata terra.
Don Aniello Manganiello è stato parroco per oltre sedici anni a Scampia, il quartiere più difficile di Napoli e più tristemente noto in Italia. Durante il suo mandato alla parrocchia di S. Maria della Provvidenza si è impegnato nella cura dei malati di Aids, nel recupero dei tossicodipendenti, ha sviluppato percorsi educativi per i giovani attraverso sport, teatro, musica, cultura e volontariato. Negli anni è stato oggetto di minacce da parte dei clan camorristici, ha subito biasimi dalle istituzioni secondo lui «colpevoli di aver dimenticato il quartiere», ha puntato il dito contro «il Comune di Napoli per i ritardi nell'erogazione dei fondi al semiconvitto riservato ai minori a rischio».
In quelle pagine, scritte con il giornalista Andrea Manzi, don Aniello dà conto delle «piazze dello spaccio», dei giovani strappati al «sistema», del rifiuto di dare la comunione ai camorristi e accusa, anche, la Chiesa napoletana «di essere più sensibile agli equilibri di potere, ai rapporti istituzionali di vertice, alle relazioni diplomatiche con politici spesso compromessi con poteri oscuri, che alla vicinanza effettiva con la gente».
Così si è "meritato" il trasferimento da Scampia a viceparroco della chiesa di San Giuseppe al quartiere Trionfale di Roma, ufficialmente per "motivi di avvicendamento". Eppure i suoi parrocchiani avevano raccolto migliaia di firme, avevano inscenato cortei e fiaccolate ed era stata presentata una petizione da duemila fedeli. Tanti i tentativi per trattenere don Aniello nel suo ministero di parroco della chiesa di Santa Maria della Provvidenza, meglio nota come "Don Guanella" (il nome del fondatore dell'opera missionaria). E' pensiero comune che le motivazioni vere siano altre, le sue battaglie sociali e le sue accuse ai poteri forti lo hanno fatto diventare un "personaggio scomodo". Per contro è stato accusato di eccessivo protagonismo, ma lui ha risposto che «sono stati ignorati i suoi gridi d'allarme».
Nel suo libro, i cui proventi andranno in beneficenza al Centro Don Guanella di Napoli (Scampia, Miano) e alle famiglie indigenti, don Aniello, tra le molte definizioni anche quella di prete di "frontiera", attraverso la sua esperienza racconta cosa significa vivere in un territorio difficile come Scampia, rimanere vicino agli abitanti e condividerne i problemi. Cosa significa condurre una missione apostolica.
Dopo il clamore suscitato dal suo trasferimento, si è preso un anno sabbatico ed è tornato a casa per riflettere e ora sta lavorando alla costituzione di una associazione: "Ultimi", attraverso la quale trovare il lavoro (che non c'è) sfruttando i patrimoni confiscati alla camorra.
Don Aniello Manganiello ha ricevuto diversi riconoscimenti tra i quali il "Borsellino", i premi Carlo Pisacane a Sapri, il Terracina a Cosenza. Nell'agosto 2011 era stato ospite al convegno di Assisi che aveva aperto il 40° anniversario di Africa Mission-Cooperazione e Sviluppo. «Per recuperare il senso vero della parola evangelizzazione, basta guardare all'esempio di Gesù per capire che bisogna stare tra la gente», il messaggio lanciato al pubblico a quella platea. Sulle motivazioni che lo hanno indotto a scrivere il libro, aveva rimarcato la specificità del coinvolgimento corale: «Insieme ad Andrea Manzi e alla gente di Scampia vogliamo soltanto sottolineare che le manifestazioni, i talk show, le marce e i convegni non sono sufficienti. Ci vuole una "anticamorra delle opere", dobbiamo cambiare la vita della gente, riappropriarci del territorio». Dunque il libro come atto d'amore, di fiducia verso «la gente di Scampia. Quando si cita questo quartiere, infatti - aveva spiegato - si parla sempre di camorra. Avviciniamoci invece con un'attenzione diversa a questa realtà, dove la maggioranza delle famiglie non è legata alla malavita. Il problema a Scampia è che la disoccupazione è al 65% e la povertà è proprio uno dei fattori su cui la camorra fa leva per ricattare la gente». Lo stesso capestro che pesa sugli immigrati.
mvg
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L ORCHESTRA DEI RAGAZZI DI STRADA
IL MIRACOLO MUSICALE DEL VENEZUELA dal Mondo
5 settembre 2006
"Suonare e lottare... soltanto chi sogna raggiunge l'impossibile".
Per migliaia di ragazzi di strada venezuelani è cambiata la musica: dalla baraccopoli all'orchestra... Sta per arrivare in Italia dal Venezuela l'orchestra Simone Bolivar... fin qui niente di strano, senonché l'eccezionalità sta nei suoi componenti. Duecento giovanissimi musicisti guidati dal venticinquenne Gustavo Dudamel: un "miracolo musicale", come viene definita da molti, con all'attivo trionfali esibizioni in tutto il mondo.
L'orchestra è formata dai migliori prodotti di un programma di educazione musicale portato avanti dal governo venezuelano che, grazie all'intervento dell'Unicef e Unesco, è riuscito a creare nel paese un sistema di cui fanno parte quindicimila insegnanti e trecento orchestre e cori giovanili. I ragazzi e bambini coinvolti sono oltre duecentoquarantamila, il novanta per cento dei quali di estrazione poverissima, raccolti dalla strada dove all'ordine del giorno vivono situazioni di droga e delinquenza e che hanno trovato nella musica una possibilità di riscatto.
Si esibiranno il 12 settembre a Palermo e sucessivamente a Roma. Nella capitale il concerto sarà preceduto dalla proiezione di Suonare e lottare... soltanto chi sogna raggiunge l'impossibile, film diretto da Alberto Arvelo e dedicato alla storia delle orchestre giovanili venezuelane, raccontate da alcuni dei più grandi interpreti della musica del nostro tempo come Simon Rattle, Placido Domingo e Claudio Abbado. Il maestro Abbado è da sempre un appassionato sostenitore dei ragazzi della Simon Bolivar e di quest'esperienza tratta ne L'altra voce della musica, un libro di prossima uscita per il Saggiatore.
Da una sua intervista a Repubblica della primavera 2005: "In Italia, in un paese così ricco di cultura, ma certo non fra i meglio organizzati, l´educazione musicale latita. Non è una novità purtroppo. Di eccezioni per fortuna ce ne sono, la Scuola di Fiesole e poche altre. Ma il problema rimane comunque: la musica non è riconosciuta come uno dei fondamenti della vita culturale del nostro paese. In Venezuela, invece, dove ho passato gli ultimi mesi a lavorare con l´Orchestra Giovanile Simon Bolivar, tutto ciò che qui manca è possibile. È una realtà, tangibile, non un´utopia, come a qualcuno potrebbe venire facile pensare.Il Venezuela è un paese considerato da molti Terzo Mondo, ma può vantare un sistema orchestrale, dal quale noi occidentali abbiamo soltanto da imparare, nel quale sono coinvolti qualcosa come 240 mila giovani! In Venezuela la musica ha una valenza sociale fortissima, che non ho riscontrato da nessun´altra parte, in nessun altro paese. Tutto questo è stato, ed è tuttora, possibile grazie al Maestro Antonio Abreu, che trent´anni fa ha dato vita a un sistema musicale che salva i giovani dalla strada, dalla criminalità, dalla droga, offre loro l´opportunità - gratuita - di farsi una cultura, il che, in ultima analisi, significa, farsi una vita. In Venezuela, grazie a Antonio Abreu, ci sono 100 orchestre giovanili, 90 orchestre infantili, soltanto a Caracas ne esistono una quindicina.
La formazione parte dal basso, ci sono scuole di musica sparse per tutto il paese, scuole di ogni tipo, scuole anche per portatori di handicap (ho visto un incredibile concerto dei Mano Blanca, un gruppo di bambini sordomuti, che crea bellissime coreografie con le mani, seguendo la musica cantata da un coro! Commovente!), scuole di liuteria, che insegnano un mestiere ai ragazzi strappati alla povertà dei quartieri di una città come Caracas, dove è molto facile inciampare nella criminalità, nei facili guadagni. Caracas è una città pericolosa, con tanta criminalità, una città piena di miseria, con enormi e visibilissimi contrasti fra ricchezza e povertà, un città dove purtroppo non si può nemmeno girare tranquillamente di sera. È proprio per questo motivo che, a mio avviso, il sistema socio-musicale dell´amico Antonio Abreu lo si può considerare ancora più forte.
Imprenditoria cinese. Parla un commerciante
“Nessuna irregolarità, puntiamo su ritmi ed efficienza”
Uno spettro si aggira per il nord Italia e, purtroppo o per fortuna, non è il comunismo invocato da Marx nelle note pagine del Manifesto, bensì una sua versione orientale, quella forma commista di dirigismo economico e libero mercato che molti storici preferiscono definire capitalismo di stato e che ha reso negli ultimi decenni la Cina il paese con la seconda economia al mondo, dopo gli Stati Uniti.
Ma allora perchè tanti cinesi emigrano in Europa e in Italia? E come mai, a differenza dei migranti sudamericani e nordafricani che faticano a trovare lavoro come dipendenti, riescono, generalmente in tempi brevi, ad aprire attività commerciali di successo? Da dove ricavano le risorse economiche necessarie per avviare imprese di questo tipo?
Tutti interrogativi a cui cercheremo di rispondere, avvalendoci della testimonianza di Jun Wen (nome di fantasia), proprietario di un'attività commerciale a Piacenza.
































































Per migliaia di ragazzi di strada venezuelani è cambiata la musica: dalla baraccopoli all'orchestra... Sta per arrivare in Italia dal Venezuela l'orchestra Simone Bolivar... fin qui niente di strano, senonché l'eccezionalità sta nei suoi componenti. Duecento giovanissimi musicisti guidati dal venticinquenne Gustavo Dudamel: un "miracolo musicale", come viene definita da molti, con all'attivo trionfali esibizioni in tutto il mondo. 